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17
set

inviato da mariannamadia

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 Fiumicino, sede del PD, tardo pomeriggio dell’11 settembre. Riunione affollata: convocati da Raffaele Megna, responsabile dei democratici per il litorale laziale, discutono di Alitalia molti dipendenti della compagnia, delle società dell’indotto e tanti precari che, negli ultimi dieci anni, hanno lavorato con la compagnia di bandiera.

I lavoratori dialogano e soprattutto interrogano deputati, sindacalisti e amministratori del PD e di tutto il centrosinistra del territorio. Rabbia e paura segnano i tanti interventi che si succedono da parte dei “nostri” lavoratori Alitalia. Rabbia soprattutto per il mancato accordo con Airfrance, migliore dal punto di vista finanziario – niente “bad company” – per il numero degli esuberi annunciati, e soprattutto per il ruolo strategico assegnato a Fiumicino. Lavoratori e sindacalisti chiedono al PD, e al centrosinistra locale, di agire in fretta e con efficienza per far comprendere all’opinione pubblica e ai protagonisti nazionali della vicenda Alitalia le esigenze del territorio e di una città che basa molto della sua economia sulla presenza e il ruolo del “Leonardo da Vinci”. Le conclusioni della riunione sono chiare. Il centrosinistra del territorio deve essere unito nel rappresentare Fiumicino e i suoi lavoratori. Gli obiettivi sono il rilancio dell’aeroporto e la partita degli ammortizzatori sociali per i lavoratori precari e stagionali privi di qualsiasi altra copertura. Vedo da parte dei lavoratori, soprattutto quelli più precari, una grande aspettativa nei confronti dell’opposizione.

Di fronte all’esclusione dalle trattative, e a un sindacato che sembra forse troppo ripiegato su categorie più “forti” di lavoratori, la rappresentanza politica (soprattutto quella del territorio) diventa l’unico veicolo per i bisogni di chi non ha altra forza contrattuale. La posta in gioco è il destino lavorativo di migliaia di persone che vivono a Roma e a Fiumicino. Credo che la forza e la credibilità di un partito giovane come il nostro si misurino dalla serietà con la quale raccogliamo una sfida così delicata.

La crisi vista dal basso, dalla città di Fiumicino, è ancora più vera e pesante. Nonostante la crescita registratasi nel corso del 2008, anche nel caso di una conclusione positiva della trattativa tra Cai e sigle sindacali, è certo che lo scalo laziale verrà ridimensionato dagli obiettivi industriali della nuova compagnia. Il territorio e il precariato che si è sviluppato attorno alla presenza di Alitalia sono stati i grandi assenti dalle trattative ancora in corso per il futuro della compagnia. In caso di un fallimento totale delle trattative, oltre che per i quasi ventimila dipendenti Alitalia, le conseguenze sarebbero tragiche per i lavoratori dell’indotto e per i lavoratori con contratti a termine. Si parla, secondo regione, provincia ed enti locali, della perdita di circa 5000 posti di lavoro: una famiglia su quattro nel comune del litorale verrebbe in qualche modo colpita dal disastro Alitalia. Le aspettative non sono buone. Anche dopo la firma dell’accordo-quadro di domenica 14 settembre con i confederali e l’Ugl, i temi di Fiumicino e del precariato rimangono irrisolti. Tra i dodici punti dell’intesa vi è un riferimento ai lavoratori dell’indotto la cui attività viene a cessare in seguito ai “processi di riorganizzazione produttiva”. Saranno tutelati attraverso strumenti ordinari o, in deroga, da meccanismi di integrazione al reddito a carico del Governo. Che fine faranno invece precari e stagionali operanti a terra e sugli aerei chiamati direttamente da Alitalia? Per quanto riguarda Fiumicino il governatore del Lazio ha sintetizzato con amarezza la situazione e i problemi che il Lazio affronterà nelle prossime settimane. In caso di accordo, la maggior parte degli esuberi – circa l’80% - verranno pagati dal nostro territorio regionale. Per questo, la partita su Fiumicino non può terminare con l’accordo sindacale, sebbene esso sia indispensabile per evitare il disastro totale. In ogni caso, credo che vada riconosciuto come, in tutta questa vicenda, siano stati soprattutto Piero Marrazzo e Nicola Zingaretti a mettere in evidenza, a differenza del Governo, che Alitalia non è soltanto un ramo secco da tagliare il più presto possibile, bensì il centro di un dramma collettivo che riguarda migliaia di famiglie, lo sviluppo di un territorio e il futuro di un Paese.

La vicenda Alitalia – comunque vada a finire – mi spinge a una riflessione. Come si è arrivati a questo punto? La storia della nostra compagnia di bandiera non racconta un fallimento nel 2008, ma una serie di tanti fallimenti scongiurati dalla mano pubblica. Gli sprechi, il rigonfiamento degli organici, i clamorosi errori di strategia economica come il mancato accordo con Airfrance-Klm nel 2003: tutti errori che oggi si pagano. Come ha ricordato alla Camera Pierluigi Bersani, nel 2001 le azioni Alitalia valevano ciascuna 8,5 euro, nel 2006, dopo il quinquennio di governo Berlusconi, il loro valore era ridotto a poco più di 1 euro. La crisi viene dunque da lontano, dagli ultimi decenni. Il fallimento di Alitalia non è un semplice collasso economico, ma soprattutto il fallimento di una politica che ha sovvertito il suo stesso ruolo. Invece di impostare le linee guida della gestione di una società pubblica – fintanto che lo Stato continua a essere imprenditore è bene che lo faccia nel migliore dei modi – la classe dirigente del Paese ha utilizzato Alitalia come strumento di distribuzione clientelare di risorse e posti di potere.

Non è un caso, come ha ricordato Sergio Rizzo, che in venti anni mai nessun amministratore delegato abbia mai chiuso il suo mandato alla scadenza naturale. Ne hanno pagato le conseguenze la gestione dell’azienda e i contribuenti.

Comunque vadano le cose, la mia generazione vivrà senza una compagnia di bandiera come l’hanno conosciuta le generazioni precedenti. La nuova Alitalia, come è giusto che sia, sarà un operatore fra tanti e non godrà più dei tanti vantaggi derivanti dall’essere un’azienda di Stato. La vecchia Alitalia non tornerà più, ma come nuove generazioni dobbiamo fare tesoro delle lezioni della vicenda. Dobbiamo capire cosa succede quando si perde di vista l’interesse generale, la trasparenza e la responsabilità di fronte ai cittadini, in favore dell’interesse di parte e della cannibalizzazione delle risorse pubbliche.


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