Sin dai primi giorni successivi al suo discorso della Fiera di Roma ho sempre ritenuto che Debora Serracchiani avesse fatto un gran servizio al Partito Democratico, scuotendolo in una fase difficile. Come scrissi in questo
post, il 28 marzo, l’avrei sostenuta sia per incarichi di partito sia per una candidatura alle europee (quando molti – vi assicuro – pensavano che presentarla a Bruxelles sarebbe stato un flop).
Ieri, però,quando in rete ho scritto che Debora ha sbagliato con certe espressioni nei confronti di D’Alema, volevo porre una questione politica. Le elezioni del 2008, dove il nostro partito – è bene ricordare – ha preso il 33% sono state improntate da un altro modo di fare politica. Credo che un’eredità importante della segreteria Veltroni sia stata il fatto che l’avversario non deve essere denigrato, offeso, annullato come persona e interlocutore politico. Che il rispetto per l’altro è la cifra del PD.
Se Franceschini dovesse vincere il congresso in autunno, il partito ha bisogno di dirigenti come D’Alema e Bersani. Così come il contrario. Nessuno deve sentirsi escluso e non parte del nostro progetto. Le parole di Debora – mi spiace dirlo – implicavano una denigrazione personale di D’Alema e, soprattutto, la sua esclusione dal progetto politico del PD. Anche se con Serracchiani dovessimo trovarci dalla stessa parte, questo atteggiamento non posso accettarlo. Distruggere l’interlocutore sta da una parte, il Pd – a mio modo di vedere - dall’altra. Il nostro PD ha bisogno di D’Alema e Serracchiani. Soprattutto da ora e dopo il congresso per fare opposizione a un governo che si mostra sempre più inconsistente.