Colpiscono le parole pronunciate qualche giorno fa dal ministro Sacconi: “La crisi economica in atto vincola il governo a comportamenti istituzionali e politiche orientate alla stabilità della finanza pubblica, pertanto non e' questo il tempo di riforme strutturali delle pensioni e degli ammortizzatori sociali”. Credo che sia vero esattamente il contrario. E’ la crisi economica che spinge ancora di più i governi ad affrontare drasticamente il tema delle riforme. In Europa e negli Stati Uniti stiamo assistendo al varo di misure di ampio respiro: dal sostegno al credito, agli investimenti infrastrutturali, all’ambiente, alla ricerca, alla scuola, agli ammortizzatori sociali. E proprio da una seria riforma degli strumenti di tutela sociale e riqualificazione dei lavoratori licenziati o a basso reddito che bisogna partire nel nostro paese.

Il ragionamento di Sacconi, secondo il quale la scarsità delle risorse pubbliche deve produrre un congelamento degli attuali sistemi di protezione sociale, è sbagliato alla radice. In presenza di risorse ridotte occorre modificare la qualità della spesa in favore di misure più incisive e corrispondenti all’attuale realtà economica e del mondo del lavoro. Continuare a spendere secondo schemi ereditati dai decenni precedenti oltre che ingiusto è anche improduttivo. In Francia si è riformata profondamente la rete degli ammortizzatori sociali partendo dal sostegno al reddito dei lavoratori, soprattutto quelli a basso reddito e con contratti flessibili. La politica dei pannicelli caldi, delle misure una tantum consistenti in poche centinaia di euro per i lavoratori a progetto disoccupati non serve a nulla. Col Decreto anticrisi si è sicuramente persa un’occasione.